Il Giudizio

Il Giudizio

Levato. Tolto. Sradicato, nel senso stretto del termine.

L’accusa? L’inutilità.

Così, mi rifaccio a quanto sancito dal mio illustre concittadino, Ariosto, nel primo Canto dell’Orlando Furioso:

Ecco il giudicio uman come spesso erra!

Appurato questo, ovvero che la capacità cognitiva (il giudizio) è limitato e sbaglia, perché continuare ad affidarsi ad esso secondo standard diffusi che portano tutti, inesorabilmente, verso la perdita della propria Angelica (per altro proprio laddove la si ritiene più al sicuro)?

Insomma una volta tolto questo giudizio, si ha forse davvero la possibilità di essere realmente saggi. Di tornare ad esserlo. Si ha la possibilità di riportare le attenzioni ad un’istintualità e ad una capacità di ascolto verso se stessi che troppo spesso ci si dimentica. E ancora una volta sono loro ad insegnarcelo: i bambini. Non c’è nulla di più naturale e palese di quello che muove i loro primi passi e li spinge a lasciare andare la mano della mamma per buttarsi nel vuoto. E non è il giudizio. Con la compagnia del giudizio sarebbero ancora lì attaccati alle nostre mani. Ancora in attesa di fare il primo passo.

La chiave penso stia proprio qui, credo, nella semplicità. Quella che si ritrova però. Perché il dente del giudizio c’è. È previsto per dotazione, di serie; come gli accessori di un’auto che si compra. C’è una fatica a monte: come gli altri denti deve farsi spazio, tentare di uscire, di maturare. Poi spesso si toglie. Ma prima c’era. Prima di toglierlo bisogna prendere coscienza col fatto che esiste. Prima di accusarlo di inutilità per poi sradicarlo bisogna farne esperienza, spesso col fastidio. Prima di gioire per la sua assenza è necessario proprio convivere con quel fastidio. Così è nella vita.

E allora ciò che sostituisce il giudizio non è altro che terreno fertile per lasciare scaturire qualcosa di nuovo, qualcosa che ci possa portare ancora una volta a lasciare la mano dalle certezze conquistate proprio attraverso esso, per muovere ancora i primi passi.

Questo l’augurio che mi sento di fare ai miei figli. O forse a me.

Perché, in fondo, quello che si augura ai propri figli, è niente di meno che quello si augura a se stessi. E sempre lì sta la magia: attraverso loro ci si riscopre veramente. O almeno si può tentare nuovamente di farlo.

Non posto la foto del mio dente del giudizio estratto, che per amore del vero ci starebbe proprio, perché, visto lì, solo solo, abbandonato su un tavolo, risulterebbe davvero troppo trash!



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